Parrocchia di Galliate

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Servo di Dio, “Beato” Francesco Marconi Quagliotti

13 Set 2018 | Scritto da Parrocchia Galliate

Galliate, primi anni del Seicento. In una delle tante chiese del borgo, un giovane chierico, Francesco Quagliotti, è intento ad istruire un folto gruppo di fanciulli nei principi della dottrina cristiana. I suoi modi sono gentili, il suo linguaggio è colto e semplice al tempo stesso, la sua voce cattura l’attenzione dei piccoli uditori, che lo ascoltano affascinati.

Quando, di lì a pochi mesi, il chierico riceverà l’ordinazione sacerdotale, l’eloquenza dei suoi discorsi e la dolcezza del suo sguardo conquisteranno ben presto l’intera diocesi di Novara. Apprezzato educatore e modello di santità per i tanti che lo hanno incontrato, subito dopo la sua morte cominciò ad essere venerato come “beato”.

Oggi è a lui intitolato l’Oratorio Parrocchiale di Galliate. Giovanni Francesco Marconi Quagliotti nacque a Galliate il 24 maggio del 1583 da una famiglia benestante, in una dignitosa abitazione in un cortile di Porta San Pietro, appena al di là del fossato che cingeva il centro abitato.

Fino all’età di dieci anni, Francesco seguì a Galliate le lezioni del maestro Bernardino Ramella, poi compì i primi studi classici a Novara ed a quattordici anni, nel 1597, lasciò la diocesi per Milano, dove frequentò le Scuole dette del Brera, rette dai Gesuiti.

Dieci anni di vita intensa, al termine dei quali manifestò l’intenzione di dedicarsi totalmente alla Chiesa: inizialmente voleva entrare in convento, ma il suo confessore lo indusse a far ritorno nella diocesi novarese, dove dal 1593 si stava compiendo un’intensa opera di rinnovamento spirituale.
Così, nell’agosto del 1607, Francesco era di nuovo a Galliate, pronto a ricevere l’ordinazione diaconale. Nel paese natale dette inizio all’attività pastorale, ponendosi a servizio dell’intera comunità, ma rivolgendo particolare attenzione ai giovani.

Tuttavia, l’opera che maggiormente segnò il suo apostolato nel borgo galliatese fu l’istituzione della Compagnia della Bellarmina, a cui seguì la riforma della Casa di San Giacomo. La Bellarmina era una delle tante scuole della Dottrina Cristiana che in quegli anni si stavano diffondendo sotto la spinta del concilio di Trento. Quella fondata da Francesco a Galliate, esclusivamente maschile, venne così chiamata perché si basava sul catechismo redatto dal santo cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), teologo con cui lo stesso Quagliotti ebbe frequenti rapporti epistolari.

Nel paese natale profonda era la stima che circondava il giovane educatore ed il 19 settembre 1609 ricevette da Carlo Bescapè l’ordine al presbiterato, mentre il 4 ottobre successivo celebrava la sua prima messa a Galliate. Bescapè, che nutriva particolare fiducia nei confronti di Francesco, volle affidargli l’impegnativo compito di riformare e dirigere il Collegio di Santa Cristina di Borgomanero, di fatto l’unico seminario allora attivo in diocesi di Novara.

Giunto a Santa Crisitina alla fine del 1609, il ventiseienne galliatese assunse l’incarico di rettore e fu per i chierici del seminario prefetto di disciplina e professore di teologia; gettò le basi per la futura costruzione degli oblati diocesani; si improvvisò architetto al fine di portare a compimento la costruzione del collegio e dell’annessa chiesa; aprì una scuola per i fanciulli del vicino borgo; iniziò un’intensa opera di apostolato nei centri circostanti, spingendosi anche all’isola di San Giulio, a Lesa, a Beliate, a Pallanza, in Valsesia…

Dopo dieci anni spesi senza risparmio di fatiche si spense minato nel fisico, fu sepolto nella chiesa del Collegio (divenuta in seguito la chiesa parrocchiale di Santa Cristina), le sue spoglie riposano ora nella cripta, meta di una costante devozione iniziata subito dopo la sua morte.
Nel 1931, mentre un’epidemia di peste mieteva vittime a Galliate, gli abitanti del rione Missanghèra fecero voto di recarsi processionalmente alla sua tomba. Di tante altre “grazie” attribuite alla sua intercessione raccontano i suoi biografi.

Da sempre, la sua figura è stata infatti circondata da un’aurea di santità e, nonostante il processo di beatificazione non si sia mai concluso a causa della scomparsa del procuratore, padre Batoli, oggi il suo nome è comunemente preceduto dal titolo di “beato”, anche se sarebbe più corretto attribuirgli la qualifica di “servo di Dio”.

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