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Ultimo aggiornamento: 11/10/2017
  
D. Marco

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NONNO ALBERO

Agosto 2005: terribile tempesta, per Santa Rosa. A centinaia gli alberi abbattuti dalla furia del vento. Ma uno resistette. E mi accolse al mio arrivo a Montevideo, di fronte all’uscio di casa. Il vento accarezzava i suoi rami: il fruscio delle foglie, il cigolio del tronco invecchiato. Passato e futuro si intrecciavano nel suo presente: riconoscevo bene gli squarci delle raffiche che avevano cercato di sradicarlo, ma altrettanto bene leggevo lo sforzo di continuare a vivere nei ciuffi di foglie che facevano festa qua e là.
Il vecchio cipresso era certo stato un albero forte, generoso della sua ombra per gli uomini e della sua corteccia per uccelli ed insetti. E lo era ancora, tenace e buono, mentre lottava con tutto se stesso per continuare ad esserlo: pur nella sua anzianità, con le sue evidenti ferite di guerra, non era per nulla mutilato nella sua dignità. La gente del posto lo conosce da sempre, narrano che troneggia in quel luogo da centinaia di anni. E non mi importa il parere di quelli che si dicono esperti botanici: le storie, quelle sacre degli uomini e delle donne semplici che ci credono davvero e che le raccontano per crescere ricordando, queste storie, credo, valgono molto di più.
Così, non appena arrivai in questo lembo lontano della terra latino-americana, lo scelsi come amico e confidente. Vedevo in lui il nonno tanto amato, quando lentamente faceva cigolare le rotelle della sua sedia e da dietro le spesse lenti cercava coi suoi occhi teneri lo sguardo affetuoso di noi nipoti. Così, sin dai primi giorni di quest’avventura iniziò ad essere custode non solo della casa e della fattoria, ma anche del mio cuore e della mia anima, dei miei sogni e delle mie preghiere, dei miei ricordi e delle mie speranze. Era in un certo senso il rifugio per quella parte di me che gelosamente non volevo condividere con nessuno.
Fossi stato ancora ingenuo fanciullo, avrei pensato che nel suo legno più profondo del suo tronco battesse il cuore di un angelo o di un folletto, per via di quell’impercettibile rumore che a volte si sentiva uscire dal tronco, soprattutto nelle tiepide e silenziosissime notti estive; come un richiamo, che dentro di me risuonava con tutto il calore di un ritmo familiare, rassicurante. Proprio come quello del nonno, tanto debole nei suoi ultimi anni. Eppure sempre presente ed accogliente.
Dicembre 2006: nuova forte tempesta. E nell’oscurità della notte, lontano da ogni inutile sforzo che potessi compiere per evitarlo, il poderoso ramo che a occidente accarezzava il tramonto cade rovinosamente a terra. Rimangono, debolissime, poche frasche ad oriente, che ogni mattina solleticano il sole per destarlo e accompagnarne i primi passi nel cielo. A queste rare fronde appendo la cetra del mio canto, come all’abbraccio del nonno le speranze di bimbo e poi di ragazzo: questi è cresciuto, quegli è salito in cielo, il mio «totem» rimarrà –anche dopo nuove e violente sferzate- a cullare i sogni di chi ogni tanto, viaggiando col cuore, torna bambino abbracciato a suo nonno.

Don Marco

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